venerdì 7 aprile 2017

Accade di venerdì

Accade che sei un po' prima delle quattro di un venerdì pomeriggio di una settimana faticosissima.
Stai sistemando le ultime cose in ufficio perché vorresti davvero riuscire a scappare presto prima di decidere che odi senza rimedio il mondo intero.
Accade che l'implacabile telefono inizi a bombardarti con le ultime pessime notizie da Stoccolma, che consideravi fino a cinque minuti prima un angolo sicuro perché "chi potrà mai avercela pure con gli svedesi?".
Inizi a meditare che alla fine tutti ce l'hanno con tutti e forse nessuno sa nemmeno più perché, e questo è dannatamente triste oltre che spaventoso; ma non riesci nemmeno più ad essere tanto spaventata, e anche questo ti preoccupa.

Poi ti scrive un messaggio tua figlia, quella grande, che ti dice che ti ha inviato via mail il tema che ha fatto oggi a scuola sull'eutanasia e vorrebbe tanto che tu lo leggessi e le dicessi cosa ne pensi (oggi a scuola tema con il pc... ancora non si è ben capito come mai, ma l'esperimento è molto piaciuto perché ha eliminato la fatica di scrivere brutta e bella ed ha consentito svariate modifiche in corso d'opera, il che non è mai male).

Decidi di leggere subito il tema, così ti distrai un po' da tutto il resto.
E scopri, caso mai non te ne fossi ancora resa conto, che è diventata grande, e non solo perchè è una spanna più alta di te, perché va in giro da sola, mette bellissime scarpe con i tacchi o - se non stai attenta a custodire la carta di credito - prenota aerei e alberghi alla velocità della luce.

E' grande perché - lei come i suoi compagni, ovviamente- parla e ragiona di cose da grandi, in modo sensato e profondo, sereno ed equilibrato; ne parla concludendo che ogni Paese dovrebbe essere in grado di garantire ai suoi cittadini la miglior vita possibile, libera e dignitosa; e che questo dovrebbe comprendere senz'altro anche il diritto di morire in modo dignitoso.
In questo venerdì, che avevo fretta di concludere, mi trovo ancora qui.
Seduta alla mia scrivania, con un occhio alle news e l'altro ai suoi pensieri.
Riflettendo sul fatto che non ama particolarmente esternarli a voce, ma mi chiede di leggerli.
Magari finirà anche lei per aprire un blog.


giovedì 23 marzo 2017

Surrealismo

Andare al colloquio con l'insegnante di lettere di Alice, colloquio prenotato all'ultimo secondo grazie a qualcuno che deve aver disdetto.
Trovare due amiche con cui fare allegramente salotto in attesa di essere ricevute.
Attendere un bel po', perché una delle suddette amiche - mamma di storica compagna di Alice - pare debba raccontare la storia dalle origini, anche se sospetti di sapere di cosa stia parlando.
Avere conferma dei tuoi sospetti quando la prof esce e ti chiede se hai problemi a fare un simpatico colloquio collettivo, "tanto vi conoscete bene e poi non è delle vostre figlie che vorrei parlare" (io però parlerei volentieri della mia, anche solo un pochino).
Trovarsi coinvolta, come già sapevi che sarebbe successo - in una penosa situazione di classe, in cui fra i 29 componenti dell'allegra comitiva si trova un ragazzino che definire problematico (per sé e per gli altri) denota una grave problema di sottovalutazione della realtà.
Cercare di capire cosa si può fare, sia per lui che per gli altri, visto che stiamo a tre mesi scarsi dagli esami e saranno pure solo esami di terza media, ma per i ragazzini sono importanti.
Ascoltarsi pronunciare frasi un po' politicamente scorrette, del tipo: sono molto felice che stiate cercando di non perdere del tutto il ragazzino, ma sarei anche più felice di sentire cosa state facendo per gli altri che vorrebbero andare a scuola serenamente.
Avere di fronte un'insegnante (che stimo molto) in profonda crisi personale, desiderosa di conferme sul proprio operato, più volte sul punto di commuoversi parlando dei ragazzi e dell'insegnamento, così bisognosa di un punto d'appoggio da passare senza rendersi conto dal Lei al Tu con noi mamme.
Decidere che detesti profondamente un gruppetto di genitori, che peraltro avevi già catalogato da prima, definiti con una smorfia dalla prof "famiglie bene", che appoggiano senza problemi i loro maleducatissimi figli.
Uscire dalla scuola un po' frastornata e pensierosa, sentendoti come se avessi dimenticato di fare qualcosa.
In effetti sì, hai dimenticato di chiedere di tua figlia, anche se solo per cinque minuti e anche se in presenza dell'altra mamma.
Ora lei è seduta davanti a te in ufficio, sgranocchia il suo toast in attesa di andare a ginnastica e ti sta chiedendo come sia andato il colloquio, pensando che tu stia scrivendo una lunga mail di lavoro mentre invece stai finendo di scrivere il post.
Adesso mi concentro e penso cosa dirle...

martedì 14 marzo 2017

Il tarlo del dubbio

Sono sempre stata una mamma molto presente, forse pure troppo.
probabilmente avrei fatto bene a lasciare un po' più di autonomia alle ragazze anche quando avevano un'età che a mio parere non si conciliava troppo con l'autonomia.
Forse sarebbe stato più giusto vigilare attentamente ma un po' più da lontano, lasciando che provassero a scegliere, magari a sbagliare, magari ad assumersi qualche piccola responsabilità su decisioni ed eventuali (limitati) sbagli.
Invece, con la mia ansia di controllo, le ho sempre marcate molto da vicino, per paura che mi sfuggisse qualcosa di importante e che poi fosse troppo tardi.
Nello stesso modo in cui mi chiedo se ho fatto bene oppure no a comportarmi così, mi chiedo anche se, per caso, io sia stata una madre troppo severa. Oppure se, al contrario, non lo sia stata abbastanza. 
Mi capita di essere severa su cose che poi, se ci ripenso, magari non sono così importanti; mi capita di sorvolare su piccoli episodi che mi sembrano veniali e che, invece, scopro essere considerati "gravi" da altre colleghe mamme.
Chiaro che ognuno di noi ha una percezione diversa di cosa sia tollerabile e cosa no, ma certe volte queste differenze mi destabilizzano e mi fanno temere di non aver azzeccato l'atteggiamento da tenere.
Perché quando si ha il tarlo del dubbio infilato nel DNA, difficilmente si riesce ad eliminarlo.
Ultimamente, mi rendo conto, sto un po' allentando le redini.
Non so se per stanchezza, se per lasciare loro modo di allenare la loro autonomia e di prendersi qualche famosa piccola responsabilità, se per la sempre maggiore fatica di conciliare vita da mamma e vita professionale (sembra assurdo... faccio più fatica ora di quando erano piccole)
Spero solo che loro non colgano appieno questo mio disorientamento, che non lo interpretino come un'incapacità di continuare a mantenere saldamente il timone o - peggio ancora- come una sorta di disinteresse nei loro confronti.
E' solo che, mi rendo conto, il tarlo cresce insieme a loro e qualche volta è proprio difficile da gestire.


martedì 7 marzo 2017

Passaggi

Va bene, anche se mi sembra impossibile ci siamo.
Dopo oltre 16 anni di super onorato servizio, oggi mi dovrò congedare dalla Dottoressa A.
A come angelo, per quanto riguarda me, mamma iper ansiosa che neppure il tempo ha saputo guarire.
Oggi porto Alice, ormai prossima al traguardo dei 14 anni, per un ultimo tagliando... poi si passerà senza appello dalla pediatra alla dottoressa "dei grandi".
Non che non sia il momento, ci mancherebbe; e per fortuna abbiamo un'ottima dottoressa anche per il futuro. Ma tant'è.
Già so cosa farò tra un'ora: scruterò Lei per tutto il tempo, per assorbire al massimo lo sguardo che solo Lei sa riservare ai suoi piccoli (e meno piccoli) pazienti, l'attenzione totale che dedica loro mentre li visita, la sua capacità di porgere domande in modo quasi casuale eppure sempre pertinente, tanto per capire a che punto di cottura sono arrivati.
A me ha dedicato pazienza, comprensione e capacità di ascolto in momenti difficili, andando ben oltre il suo dovere di medico, ha minimizzato le mie inquietudini senza sottovalutarle o farmi sentire inadeguata, ha dato suggerimenti delicati e quasi sussurrati, come se avesse paura di interferire in aspetti che non dovevano riguardarla.... e per fortuna che lo ha fatto.
E' a lei che penso quando cerco di individuare qualcuno che ha avuto la capacità e la fortuna di indovinare il proprio lavoro.
E per questo confesso che, in più di un'occasione, è stata oggetto della mia massima invidia.

venerdì 3 marzo 2017

Piccole scoperte

Ogni tanto, purtroppo, mi capita di avere periodi in cui con i libri non ne azzecco una.
Confesso di fare ogni tanto acquisti compulsivi, basati  più sull'intuizione di un momento che su una scelta ragionata.
Qualche volta funziona, qualche volta no.
Questa volta ha funzionato, e ho scoperto uno scrittore che - certamente per mia ignoranza - non conoscevo.
in un attimo di folgorazione ho comprato questo libro



l'ho letto tutto di un fiato, come sospesa in un attimo senza tempo.
Appena finito, ho comprato questo


Fa parte della "Trilogia della Pianura" ed è primo volume in ordine di scrittura, anche se la casa editrice NNE lo pubblica come secondo (le indicazioni su questo punto sono un po' fumose, ma ho appurato che l'ordine è quello corretto, anche se ho letto che i tre volumi si potrebbero tranquillamente leggere nell'ordine che si preferisce).
Sono ipnotizzata, Kent Haruf scrive con una delicatezza di sentimenti ed al tempo stesso una nitidezza di immagini che mi fanno pensare ad un quadro di Hopper.
Non so che dire, mi dispiace solo che lo scrittore sia scomparso e che, finita la trilogia, non potrà regalarci nient'altro.



mercoledì 18 gennaio 2017

Hygge

Parola impronunciabile e dal suono in sé non gradevole, nasconde un promettente significato.

In pratica, indica la filosofia danese del "vivere bene", inteso come vita confortevole, "calda", piacevole e coccolosa.

Ecco, soprattutto coccolosa. Una sorta di terapia casalinga a suon di candele, tazze di tè fumante e profumato, libri, copertine sul divano o serate casalinghe con amici del cuore.

Mi piace. Tanto che mi sono comprata il bravo manualetto dell'aspirante danese. eccolo qui


Immagine da Amazon
Scorro le pagine, guardo le immagini e di colpo mi sembra di essere proiettata nella casetta che abbiamo affittato a Copenhagen l'estate scorsa: intima, accogliente, sui toni del greige, piena di cuscini, candele e copertine da lettura, con immenso tavolo di legno grezzo in cucina e luci soffuse.
Ci eravamo sentite subito a casa... ora so perché.
Le ragazze, che da sempre sono più avanti di me, già da un po' hanno inconsapevolmente recepito
questa filosofia: amano circondarsi di candele mentre studiano (speriamo bene...), bevono tazze di tè sotto le loro copertine con gli unicorni, accendono lucine da tutte le parti.

Vi lascio con alcune immagini da Pinterest a tema Hygge, così.. per rendere meglio l'idea.






Ora non mi dispiacerebbe essere a casa... invece ho solo finito una piccola pausa pomeridiana in ufficio.
Tutto questo non è poi così hygge...


martedì 10 gennaio 2017

Ti piace quello che vedi?

Con questa domanda mi saluta soavemente il mio pc quando lo accendo ogni mattina, nonché ogni volta che finisce in stand by e gli ridò la spintarella per ricominciare.

Gentile a chiederlo, mi pare; anche se una volta gli ho detto di no e lui ha continuato imperterrito a ripropormi la stessa immagine almeno per un paio di giorni.

Ora che ci penso, su questo non è molto diverso da me.

Anch'io mi pongo la stessa gentile domanda ogni mattina quando accendo la luce dello specchio in bagno e mi lancio la prima furtiva occhiata della giornata. Difficile rispondere di sì in quel momento, come potrete ben capire. ma confesso che faccio fatica a dire di sì anche nello ore successive della giornata, e non solo per ragioni estetiche, eppure ogni volta che guardo, qualunque risposta mi sia data la volta precedente, continuo a vedere la stessa immagine.

Duretta di comprendonio... ancora più del pc, povera anima.

D'altra parte, mi pare che quello del "piacere" - a se stessi o agli altri -sia un problema piuttosto diffuso ultimamente, seguito a ruota (o forse affiancato, o forse piuttosto preceduto), da quello del "sii felice".
E' facile rendersene conto; basta chiacchierare con chiunque qua e là, scorrere pigramente qualche post di blog in giro per la rete, o leggere qualche articolo di giornale più o meno femminile: perché - comunque - la netta sensazione è che si tratti di una problematica squisitamente femminile... come quasi tutte le problematiche degne di questo nome.

E quindi? smettere di farsi domande? smettere di cercare risposte? inventarsi trucchi più o meno zen per farsi passare le paturnie?
Che poi: le nostre mamme e le nostre nonne si sono mai poste tutte queste  domande? A me pare di no: andavano (e tuttora vanno) dritte per la loro strada, con traguardi molto concreti da raggiungere, di solito guadagnati senza troppe lagne e con molti sacrifici.
Era giusto prima o è giusto adesso? O forse è la stessa cosa, solo che le loro domande non venivano mai poste ad alta voce, così da non turbare le orecchie e le coscienze degli altri?

Ho tutto l'anno per meditare. O forse no, ho tutto l'anno per raggiungere traguardi.
Buon 2017.